17 August 2016

ERMENEGILDO PINI, LO SCIENZIATO CATASTROFISTA

di Anna Giamborino


Di recente Marco Romano ha pubblicato sulla rivista “Historical Biology” uno studio sulla figura del clerico Barnabita italiano Ermenegildo Pini.
Prima di raccontare in dettaglio lo studio, mi fa piacere riportare letteralmente la frase di Cesare Rovida (tratta da ‘Elogio di Ermenegildo Pini’ del 1832) con cui Romano conclude il suo articolo e che inquadra sia il personaggio di cui si va a discutere, sia il particolare contesto storico:

“Sarebbe ingiustizia il lasciar cadere nell’obblio la memoria di quegli uomini e di quelle opere che hanno contribuito al loro progressivo miglioramento e dato motivo alle ulteriori scoperte”. (Rovida 1832, - Elogio a Ermenegildo Pini – p. 138).

Avere un quadro del panorama scientifico internazionale tra il XVII e il XIX secolo è molto importante per comprendere la figura di Ermenegildo Pini. Come ci racconta Marco Romano in “The theory of the Earth of the Barnabite cleric Ermenegildo Pini: a mostly unknown Italian catastrophic”, sono diverse le figure che composero il panorama scientifico internazionale tra il ‘600 e l’’800, periodo in cui anche le Scienze della Terra furono attraversate da accesi dibattiti che porteranno all’acquisizione dei principi fondamentali per la geologia.
In quest’ambito, una delle discussioni storicamente più accese, e che ha svolto un ruolo chiave è quella che coinvolge nettunisti e plutonisti. Mentre i primi – guidati dal tedesco Werner - sostenevano un’origine marina di tutte le rocce compreso il basalto e il granito, i secondi – insieme allo scozzese Hutton - ipotizzavano che il motore di tutti i processi di orogenesi e la formazione dei continenti fosse il calore interno della Terra.
Nell’ambiro di questi dibattiti scientifici, va contestualizzato il naturalista Ermenegildo Pini, barnabita catastrofista nonché sostenitore del nettunismo e di un tardivo ‘diluvialismo’. Romano ci presenta la figura di questo diluvialista, come quella di un uomo di cultura poliedrica, “naturalista-scienziato e tecnico, con interessi che spaziano dall’architettura e l’ingegneria alle scienze naturali in senso lato”.


Ma chi era Ermenegildo Pini e perché è importante conoscerlo?
Grande studioso e uomo ricco di cultura si applicò in diversi settori, anche tecnici: dallo strumento per misurare la giacitura degli strati all'interno delle miniere, a un tipo di pompa universale per aspirare ogni tipo di gas, così come le tecniche di lavorazione dell'acciaio nelle fabbriche, o anche la progettazione di uno strumento per far sì che i sordomuti potessero facilmente comunicare tra di loro.
Non era però così innovativo nel campo delle scienze geologiche sensu lato e, nonostante sostenesse ipotesi già superate al suo tempo (in particolare in merito alla genesi ed evoluzione del nostro Pianeta), alcune metodologie e concetti espressi nella sua opera, lo rendono - in un certo senso - un pioniere per le scienze della Terra.

Sviluppò la sua “Teoria della Terra” in quattro opere principali pubblicate tra il 1790 e il 1811, e la sua opera sembra, sotto diversi aspetti, un vero e proprio passo indietro interpretativo nella comprensione delle scienze della Terra. Negava innanzitutto il concetto di stratificazione e dei processi orogenici. Arrivò persino a ipotizzare che le rocce che presentano piegamenti nella stratificazione si fossero così cristallizzate al momento della loro genesi, non considerando intuizioni e lavori di studiosi come Leonardo da Vinci, Steno, Arduino o Marsili; quest’ultimo fu il primo ad aver realizzato una carta geologica, una sessantina di anni prima rispetto al lavoro di Pini (nel 1728, con sezioni e colonne stratigrafiche). Si ha così una visione completamente statica del nostro Pianeta, in contrasto al sistema visionario del tempo profondo proposto da Hutton, che prevedeva in maniera corretta, un continuo ciclo di erosione, smantellamento delle montagne, nuova deposizione in mare, litificazione, sollevamento e così via; inoltre, nel primo decennio del XIX secolo, Georges Cuvier e Alexander Brongniart pubblicarono uno dei lavori più importanti in campo stratigrafico e paleontologico, presentando i fossili come marcatori all’interno degli strati per determinare l'età relativa dei terreni: I fossili guida.
Secondo Pini, invece, tutti gli esseri viventi e l'uomo sono il risultato di un unico momento della creazione, avvenuto in seguito alla formazione dei monti “primitivi” e prima del Diluvio Universale. Il Barnabita dimostra così un approccio totalmente creazionista e statico alle specie viventi e un’interpretazione letterale dei testi sacri. Nel lavoro “Sugli animali fossili” (Pini 1805a), oltre a cercare la prova assoluta di un diluvio, parla chiaramente di specie scomparse a seguito del Diluvio Universale e che sono state successivamente ricreate ad hoc da Dio, “per il potere soprannaturale” che trascende la natura.
E’ ovvio come questo tipo di approccio risulti inconciliabile con un moderno utilizzo biostratigrafico dei fossili, precludendo una cascata illuminante di possibili inferenze.

A sua discolpa, Pini non è l’unico ad avere una visione così arretrata della natura del nostro Pianeta, e anzi, rispecchia chiaramente quello che era un pensiero abbastanza comune e condiviso in Italia in questo periodo. Infatti, nel 1811, con la pubblicazione del lavoro “Introduzione alla Geologia”  del naturalista italiano Scipione Breislak, si ha la fotografia del pensiero scientifico diffuso in Italia in quegli anni a riprova del fatto che, nonostante le menti brillanti, c’era ancora molta strada da fare.
Breislak ribadisce le stesse idee di Pini in merito alla staticità delle montagne con un livello di acqua che deve essere aumentato di migliaia di metri per spiegare i depositi marini nelle cime più alte; rifiuta categoricamente di credere che strati originariamente orizzontali si siano sollevati o piegati quando furono già completamente litificati, sostenendo che gli strati inclinati o gli strati verticali sono semplicemente il risultato di alterazione superficiale delle rocce, che assumono una struttura organizzata falsata. Tutto questo è ovviamente molto lontano dalle conoscenze che oggi abbiamo della geologia, ma ci da una visione più generale per inquadrare le idee di Pini. Ad esempio, anche ammirando il sistema proposto da Hutton, Breislak si oppone chiaramente alla possibilità che il ciclo di smantellamento e la costruzione di nuove montagne si sia ripetuto più volte nel corso del tempo, e che potrebbe continuare nel futuro. Inoltre nega il principio che il sollevamento delle montagne sia causato da terremoti o dal calore sotterraneo della Terra.

Nel suo articolo, Romano evidenzia anche come, pur essendo geologicamente superato anche al momento della sua prima pubblicazione, il lavoro di Pini mostri però diversi punti interessanti su cui vale la pena soffermarsi.
Il primo punto è la cura per l’aspetto puramente metodologico, con chiara esposizione circa l’approccio migliore che deve essere utilizzato nelle scienze geologiche. Mentre in altre opere dello stesso periodo (o anche successive) il ragionamento e le linee di una particolare teoria sono semplicemente esposte, nell'opera di Pini troviamo, invece, la necessità di stabilire da subito il suo approccio epistemologico: cioè il particolare protocollo logico che intende adottare per concatenare coerentemente osservazioni e conclusioni. E considerando il periodo in cui Pini ha vissuto, non possiamo dire che quest’aspetto sia banale.
Nei suoi scritti, sottolineando più volte che i processi geologici del passato devono essere derivati solo da ciò che siamo in grado di osservare, sembra abbracciare con buon anticipo una sorta di “uniformitarianismo metodologico”, che diverrà parte integrante dei sistemi di Hutton e successivamente di Lyell.
Altrettanto importante è l'intuizione che in geologia dovremmo parlare in modo relativo di anteriorità e posteriorità, andando a individuare in senso cronologico le diverse fasi del pianeta, identificando i processi e i prodotti che hanno portato da una condizione all'altra.
Il lavoro di Pini è inoltre interessante per il suo continuo tentativo quasi moderno di “modellizzare” il problema in studio, elaborando anche complessi calcoli matematici in supporto alle sue ipotesi, o per contrastare le teorie che considerava fisicamente impossibili. In questo approccio, brilla la totale attitudine pragmatica e tecnica di Pini che, oltre a essere un biologo-naturalista, era anche, come già detto all’inizio, un rispettato ingegnere, con diverse invenzioni e numerose pubblicazioni in campo tecnico e ingegneristico.
Altro elemento interessante è che già a partire dal 1792 la classica dicotomia tra “catastrofismo” e “uniformitarismo sostanziale” sembra emergere già chiaramente negli scritti di Pini, almeno nella sua forma embrionale. Il Barnabita difatti afferma come per spiegare il medesimo prodotto geologico possiamo ricorrere a due tipologie generali di processi: 1) un processo caratterizzato da una forza del tutto modesta ma che, operando per un lunghissimo tempo, porta comunque a cambiamenti maggiori e nuovo assetto della superficie della Terra; 2) un processo altamente energetico e “convulsivo”, in grado di modificare il Pianeta in maniera quasi istantanea. Questa è una classica dicotomia che ha animato il dibattito geologico sin dall’epoca Vittoriana e che venne ufficialmente introdotta in letteratura con la definizione originale del termine “uniformitarianismo” dal reverendo William Whewell, in una famosa revisione anonima dei ‘Principles of Geology di Lyell.

Anche se Pini pose di più l’accento sull’ipotesi catastrofica, è da sottolineare come il chierico abbia identificato questa dicotomia così fondamentale circa mezzo secolo prima di quella ufficialmente riconosciuta. Anche in tale caso, come per molti altri concetti maggiori delle Scienze della Terra, l’origine seminale del dibattito è quindi tutta italiana.


 L’immagine di copertina è la rappresentazione de “Il Grande Diluvio” del pittore italiano Emiliano Troco. Le tumultuose acque del diluvio rappresentavano, secondo il chierico Barnabita, la sola spiegazione possibile a giustificare il ritrovamento di animali tipici di climi caldi all'interno dei ghiacci siberiani. Sullo sfondo lontano, i picchi granitici dei monti “primari” o “primitivi” (antecedenti il Diluvio) emergono dalle acque tumultuose gonfie dell’ira divina.


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